Emanuela Dho sull'opera dell'iconografa Lucia Clemente

Ogni secolo ha consegnato alla Storia i suoi capolavori, creazioni sublimi, immortali, eppure figlie della loro epoca, incarnazioni di quel complesso di conoscenze, tendenze estetiche, correnti filosofiche ed ideologie di cui singoli artisti si sono fatti, di volta in volta, portavoce, fino a diventarne essi stessi la massima espressione.
Esistono, però, anche opere senza tempo, suggellate da regole immutate ed immutabili, espresse in un linguaggio universale che trascende i limiti fisici del segno grafico, svelando una rete profonda di significati inespressi: sono le Icone, le mistiche rappresentazioni della tradizione bizantina, testimoni di una memoria comune non solo religiosa, ma storica e sociale, patrimonio inestimabile in quanto eredità viva di una cultura e di una sapienza antica. Un lascito difficile da raccogliere, ma che l’iconografa Lucia Clemente ha voluto accettare. Così, visitando il suo laboratorio, nel cuore del centro storico di Dolceacqua, è impossibile non rimanere incantati dinnanzi a queste figure solenni ed arcane, tracciate con la pazienza incrollabile dell’artigiano e l’abile grazia dell’artista: mani e talento che si pongono al servizio dell’immagine, fino ad annullarsi, con straordinaria umiltà. Una dote rara, in una società dove il protagonismo non pare neanche più una mania, bensì un pregio.
“Stili e colori sono ovunque gli stessi e obbediscono allo stesso canone, di cui l’iconografo è soltanto l’esecutore, quasi si trattasse di uno spartito da cantare” – è stato scritto.
Ma, se lo “spartito” è uno solo, non tutte le voci hanno la stessa forza, la stessa qualità espressiva, la stessa capacità di suscitare emozioni, frutto di esperienza ed impegno, ma anche di quell’attitudine innata all’Arte e alla Bellezza che le opere di Lucia Clemente, senza dubbio, rivelano.


Emanuela Dho
Giornalista de il SECOLO XIX

 

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